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Estero e Shock Culturale: se lo conosci, non lo eviti!

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Studenti in partenza per l’Erasmus, laureati che pensano di star via giusto il tempo necessario per migliorare la lingua ed arricchire il proprio curriculum, professionisti con anni di esperienza alle spalle e una condizione lavorativa incerta, che stanno immaginando un futuro diverso.
Sono sempre più numerosi gli Italiani che stanno puntando sull’Estero e che, pur volendo giocare questa carta, ne sono spaventati.
Ogni cambiamento reca in sé una dose di rischio, ma quest’ultimo aumenta esponenzilmente se non ci si è attrezzati per poter compiere una scelta il più consapevole e informata possibile.

Cosa vuol dire?

Presi dall’entusiasmo, o dalla fretta di trovare soluzioni, molti (soprattutto coloro che non hanno mai vissuto lunghi periodi all’estero) rischiano di lanciarsi in questa nuova sfida trascurando alcuni elementi, la cui conoscenza è invece fondamentale per vivere serenamente e con soddisfazione l’esperienza che si apprestano a compiere.

Stiamo parlando di:
1) Un’attenta pianificazione iniziale
2) consapevolezza rispetto alle proprie aspettative
3) conoscenza della fase di transizione
4) rivendibilità di un’esperienza all’estero

1) PIANIFICAZIONE INIZIALE
Per pianificazione iniziale intendo che prima di partire è necessario procurarsi informazioni realistiche sul paese verso cui si è diretti.
Innanzitutto dobbiamo approfondire la cultura del paese e renderci conto se possediamo un livello linguistico adeguato per accedere alle posizioni lavorative cui miriamo. Oltre ciò, dovremmo anche verificare le modalità di accesso in tale mercato del lavoro, nonchè le sue (spesso diverse) politiche retributive. Altri aspetti importanti da sondare prima di partire sono: il riconoscimento o meno dei titoli di studio che possediamo, e la spendibilità in loco del nostro bagaglio professionale.

2) GESTIONE DELLE ASPETTATIVE
Una volta raccolte il maggior numero d’informazioni, occorre poi confrontarle con le proprie aspettative, ma anche con quelle dell’eventuale partner che si sposterà con noi. Aspetto questo che spesso viene tenuto troppo poco in conto, riservando successivamente cattive sorprese o faticosi adattamenti familiari che si sarebbero potuti risparmiare pianificando meglio.

Come, in concreto, prendere consapevolezza delle proprie aspettative?

Riflettendo sugli standard che ci attendiamo di trovare rispetto alle condizioni di lavoro, alla modalità di comunicazione, alla pulizia, al livello di istruzione (se andiamo per studio), al tipo di contratti che vengono offerti, alle distanze che dovremo coprire per andare a lavoro, al tipo di costi che ci troveremo ad affrontare per prendere un appartamento. A questo tipo di aspettative molto generali se ne aggiungono altre più specifiche, come ad esempio quelle che riguardano la speranza di migliorare una lingua in un certo tempo, fare molte amicizie, viaggiare, “crescere” come persone, ottenere successo e soddisfazione professionale.
Se tra le informazioni reperite durante la fase di pianificazione iniziale e le nostre aspettative esiste una discrepanza, occorrerà capire se, e come, è possibile colmarla.

Questa operazione è d’importanza strategica: ci consente di non investire tempo ed energie invano, e rivedere i nostri piani in funzione di obiettivi più raggiungibili o più adeguati al nostro percorso di vita e carriera.

3) CONOSCENZA DELLA FASE DI TRANSIZIONE
Oltre agli elementi fin’ora esaminati, occorre anche considerare i cambiamenti cui andremo incontro, i compromessi e gli adattamenti alle nuove situazioni ed emozioni che ci accompagneranno e influenzeranno lungo il cammino.
Il processo di adeguamento di cui stiamo parlando è quello che migliaia di studenti e di lavoratori hanno già vissuto, affrontato e descritto, e che è definito in letteratura come “sindrome da shock culturale”.

Cos’è lo shock culturale?

Gli studiosi lo paragonano alla sensazione che si sperimenta sulle “montagne russe”, ovvero un oscillare di emozioni e sensazioni tipiche (dal caos, all’ansia, al calo di autostima, ma anche al piacere, divertimento, energia e soddisfazione) che si presenta quando si cerca di adattarsi ad un ambiente e ad una cultura che non ci sono familiari.
Questo fluttuare di emozioni può manifestarsi in modo più o meno importante a seconda delle persone, influenzandoci sia a livello mentale (con sbalzi di umore, rabbia, tristezza o perfino sensazioni di perdita di identità), che fisico (con fastidi, dolori, allergie…).
All’interno dello “shock culturale” è interessante tenere a mente i diversi passaggi della cosiddetta “fase di transizione”, ovvero quella fase che inizia nel momento stesso in cui si lascia il proprio paese. Durante il primo periodo definito anche “luna di miele” tutto ci sembra bellissimo, nuovo ed esaltante. Questo stadio può durare alcuni giorni o qualche settimana, a seconda del nostro grado di coinvolgimento. Siamo stanchi ma al tempo stesso euforici per aver raggiunto l’obiettivo di una nuova vita all’estero. Le emozioni collegate a questa fase sono in genere: euforia, divertimento, eccitamento. Entro i primi tre mesi di permanenza potrebbero però iniziare a manifestarsi i primi effetti stressogeni del cambiamento: irritabilità, ansia, frustrazione. Inizia la nostalgia di casa, del nostro mondo, dei nostri affetti, delle nostre certezze e potremmo cominciare a mettere in dubbio la scelta fatta. Ciò che viviamo in questa seconda fase di “crisi” ci porta a produrre pensieri negativi, ma è una naturale reazione al grande cambiamento di cui stiamo facendo esperienza. Potremmo perfino mettere in discussione la nostra autostima; credendo che in noi ci sia qualcosa di sbagliato se non riusciamo più a comunicare con gli altri come facevamo un tempo. Quanto conoscevamo e ci faceva sentire competenti in patria, può non servire o non funzionare affatto nella nuova destinazione, con conseguente senso d’inadeguatezza rispetto al paese che ci ospita e ai suoi abitanti. Ciò che ci rendeva speciali, unici e riconoscibili all’interno delle nostre comunità (il quartiere, l’Università, il gruppo di volontariato…), potrebbe non avere lo stesso valore nel luogo e nella comunità in cui cerchiamo di inserirci, e in cui la sfida è ricostruire daccapo relazioni di valore. Ostacoli e contrattempi, per quanto minimi, potrebbero apparire addirittura insormontabili: cercare un appartamento in affitto, aprire un conto in banca in una lingua che non è la nostra, fraintendere il modo di vestire locale o non comprendere appieno il codice di comportamento, possono divenire tutte fonti di quotidiana difficoltà, con la conseguente messa in crisi del bagaglio di vita che ci è stato utile fino a quel momento. Le emozioni che più frequentemente si producono in questa fase sono: senso di insofferenza, insoddisfazione, ostilità, tristezza e un sentimento di incompetenza.
Conoscere le fasi che “potremmo” vivere durante la nostra permanenza all’estero è importante per attribuire i giusti pesi, gestire meglio le difficoltà dei primi mesi, con la consapevolezza che i molti aspetti positivi dell’esperienza torneranno presto a fare capolino!
E’ proprio quando cominciamo a capire le necessità della nostra nuova vita, a comprendere come chiedere ciò di cui necessitiamo e, più in generale, a conoscere meglio il posto in cui viviamo, che entriamo nella terza fase: l’”apprendimento”. Iniziamo a sentirci parte del luogo, la nostra percezione dei problemi si ridimensiona, e tutto ritorna molto più facile da affrontare. Siamo già entrati nella quarta fase “l’adattamento” quando una nuova lucidità ci permette di riconoscere tutti gli elementi che compongono il puzzle: non siamo più solo focalizzati su eventuali aspetti negativi, ed apprezziamo anche i molti lati positivi. Stringiamo relazioni con le persone del posto e facciamo le prime amicizie significative.
Per alcuni può giungere infine il tempo del “rientro”. Anche questo momento è particolarmente delicato, perché nonostante si torni nel proprio paese, ciò che prima ci era familiare potrebbe essere cambiato o semplicemente, siamo noi che in virtù della nostra esperienza siamo mutati.
Questa è la fase i cui alcuni studiosi dicono si corra il rischio di sentirsi come “pesci fuor d’acqua”. Gli amici restati a casa ci potrebbero sembrare poco responsabili, insensibili o addirittura chiusi alle novità. Il consiglio per vivere al meglio anche questa fase è sempre quello di non dare nulla per scontato, trattare il proprio paese come un nuovo paese in cui installarsi, e vivere anche questa fase passeggera come un’occasione di apprendimento.
Chiunque viva un adattamento culturale passa inevitabilmente attraverso le 5 fasi di transizione che compongono il ciclo finora descritto. Ricorda però che ciascuno di noi è unico: per alcuni certe fasi saranno più facili o semplicemente verranno sorvolate senza troppe difficoltà; altri invece, potrebbero restare in stallo in alcune di esse, anche per diverso tempo. Prepararsi a riconoscere le 5 fasi ed eventualmente gestirle, ti consente di “prosperare” e trasformare la tua permanenza all’estero in un’esperienza davvero importante per la tua vita personale e professionale.

4) RIVENDIBILITA’ DI UN’ESPERIENZA ALL’ESTERO
Gli aspetti da considerare quanto si sceglie di andare all’estero non sono finiti. Le aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni, abituate ad attrarre talenti e professionisti da ogni parte del mondo, valorizzano in genere chi ha fatto esperienze all’estero. Esse infatti riconoscono e apprezzano nei candidati quel loro diverso modo di relazionarsi, di comprendere le esigenze proprie e altrui, la flessibilità e la capacità di risolvere i problemi che hanno sviluppato, l’abilità nell’influenzare il contesto, l’orientamento globale e le ottime competenze linguistiche acquisite.

Se quindi l’estero è un’ipotesi che vedi nel tuo futuro prossimo, inizia fin d’ora a pianificare strategicamente i passi che ti condurranno alla migliore esperienza possibile nel paese di destinazione che hai scelto.

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