Personal Branding

Sei un freelance? Il Personal Branding ti aiuterà a non finire nell’imminente tritacarne

Tutto è cominciato osservando cosa stessero facendo all’estero in tema di coaching, almeno tre-quattro anni fa.
Avevo notato l’emergere di piattaforme strutturate, che vendevano i servizi di coaching di più professionisti, suddivisi tra Life, Career, Business, etc.
Mi dissi che era di certo un interessante e ulteriore canale per trovare clienti!

Poi sono incappata in “LinkedIn ProFinder” per ora solo rivolto al mercato USA, ma che dovrebbe arrivare a breve anche in Europa – tramite il quale, il singolo utente LinkedIn può effettuare la ricerca del professionista che gli serve (dal designer, al software developer, al coach, etc), che gli è più vicino geograficamente, avendo la possibilità di chiedere un preventivo (si abbattono così per il professionista i passaggi di visita e vendita da LinkedIn al suo sito), e poter fare in tempo pressoché reale la sua scelta e accedere alle soluzioni che cerca.
Ovviamente, per il freelance, opportunità e rischi si accompagnano. Occorre grande trasparenza e velocità. Il rischio è infatti quello di essere battuti sul tempo da altri professionisti simili, e di ricevere dei feedback negativi online che impattano sulla propria Reputation. Ma il gioco credo valga assolutamente la candela visto che questo tipo di rischi sono assolutamente connessi all’attività e all’era digitale.

LinkedIn ProFinder non è l’unico esempio. Infatti esistono già molte altre piattaforme con lo stesso scopo. Solo per citarne due delle più famose: https://www.fiverr.com/ o
https://www.upwork.com/.

Ma proseguiamo con i tasselli del ragionamento.

Accade poi che Marco Montemagno in uno dei suoi video sempre stimolanti ripropone in me l’insinuarsi di un dubbio importante, ovvero:
“Come puoi renderti indispensabile, il più possibile, nei prossimi 5/10 anni?”.
La mia risposta a questa domanda (interna) è per me sempre stata: “Tenendo costantemente le antenne dritte, continuando sempre a formarsi (ne parlavo già qualche anno fa nel mio post dedicato a Wile E. Coyote). Infatti, anche se l’azienda non investe su di te, tu hai la responsabilità (per la tua carriera, per il tuo futuro, per la tua rivendibilità professionale, per il tuo Brand…per la tua sopravvivenza) di farlo! E questo vale per un dipendente, figuriamoci per un freelance”
Questo è sempre stato un mantra per me, un indiscutibile modus operandi. E’ il cosiddetto “Career Management” o gestione della propria carriera. Una vera e propria competenza ormai imprescindibile per chi cerca,  vuole mantenere o cambiare lavoro, fare business.

Ma quell’insinuazione, con lo scenario attuale, cominciava ad acquisire un sapore diverso. Più urgente. Più profondo. Si incrociava perfettamente con tutti gli altri tasselli che raccoglievo in giro, dai racconti dei clienti e grazie alle mie antennine drizzate.

Ho quindi cominciato a rivedere in maniera lucida molte delle mie attività, per non restare sorpresa, vittima, ma per guidare la mia professionalità verso sempre maggiore creatività ed alta qualità. Molte sono le azioni che sto facendo passo dopo passo, e che mi stanno portando ad abbandonare progressivamente tutto ciò che reputo sia – è solo questione di tempo – rimpiazzabile, focalizzandomi su parti del mio lavoro che credo abbiano senso (quantomeno per me), e un buon margine di espansione futura, e su cui io per prima posso crescere, evolvere, apprendere, contribuire, offrire un servizio di qualità.

E tu? Scusa l’incursione brusca nel racconto, ma da Coach non posso non riportare il focus su te che stai leggendo. Si, tu. Da quanto non ti poni questa questione? Hai chiaro cosa, tra ciò di cui ti occupi:

  • sta progressivamente tirando le cuoia?
  • non avrà più tanto senso entro poco?
  • meriterebbe di essere trasformato?

Proseguo con i tasselli, sperando ti siano da stimolo di riflessione ulteriore.

Lo scorso mese ero a Vicenza, in un’azienda, per attività di coaching a dei managers.
Prendo il taxi e, come mio solito, mi metto a fare domande al taxista. Io adoro parlare con i taxisti. Con loro sì che puoi innescare sempre ottime conversazioni.
Ti sanno dare esattamente il polso di come stanno andando le cose in una certa area, del malumore che le persone vivono, delle novità che stanno circolando.

Il taxista in questione, su mio stimolo, comincia a raccontarmi che prima lavorava in un’azienda che produceva oreficeria di gamma media, e che i competitors cinesi li hanno letteralmente abbattuti. Mi spiega che, chi era posizionato su una fascia alta ha più o meno resistito, ma chi  – come la sua azienda – era su una fascia media, si è ritrovato nei guai seri.
E ha proseguito confessandomi che lui, a un certo punto, ha capito che non aveva più senso continuare a lavorare a quelle condizioni, che con riusciva più a starci dentro. Oggi ha una licenza di taxi.

Ecco, questa è una storia tipicamente Italiana. La stessa identica me l’ha raccontata un altro taxista a Prato, 4 anni fa – pure lui ha aperto la licenza a seguito della crisi, lasciando il suo posto in un’azienda di produzione tessile.
Ma questa storia io la conosco bene. Personalmente, l’avevo già vista accadere a metà degli anni’90 – all’epoca lavoravo nella moda – e già osservavo importanti realtà italiane letteralmente suicidarsi stando dietro alla battaglia dei prezzi con i potenti competitors che cominciavano a influenzare pesantemente i mercati,  scegliendo come cieca strategia quella di abbassare costantemente, e a suon di centesimi,  i propri prezzi, fino a chiudersi rapidissimamente in un cul de sac che poi – anni dopo – sarebbe stato scoperto (???) dai più e portato alla coscienza comune.

I segnali c’erano tutti. Li sapevano tutti. Chi operava in certi mercati li vedeva e sperimentava sulla propria pelle quotidianamente. E’ vero che c’è stata una miopia in quanto sistema paese. Un mancato supporto strutturale. Ma è anche vero che in molti hanno continuato a seguire la filosofia del mitico Vasco, ovvero invece di alzare le antenne ed attrezzarsi, hanno preferito ripetersi ” voglio proprio vedere come va a finire…Andando al massimo senza frenare. Voglio vedere se davvero poi si va a finir male”.
E così e’ stato. Amen.

A volte il nemico non lo vedi arrivare, a volte è così più grande di te, che non puoi farci molto, a volte invece non pensi proprio che qualcuno che si occupa di cose completamente diverse da te, possa improvvisamente diventare il tuo competitor togliendoti fette di mercato. Ed è questo quanto stiamo vivendo in questi anni di cambiamenti, di centrifuga di opzioni, di soluzioni, di rischi ed opportunità, di nuove tecnologie, di automazione e digitalizzazione.

Perchè come nel film capolavoro “Master & Commander”, quando tra te e la nave nemica c’è in mezzo la nebbia (leggi: non essendo nel tuo business hai delle aree cieche), il rischio è che non la vedi proprio arrivare!
Salvo accorgerti poi che sta proprio venendo a cozzare contro di te! Solo che quella nave, magari, è 10 volte più grande della tua, e l’impatto sarà devastante.

E’ quindi importante allenarsi a tenere dritte le antennine – a cogliere tutti i diversi segnali che ci sono, da collezionare fino a potergli attribuire un senso. Invece di attendere gli eventi, attendere di trovarti improvvisamente quella nave proprio davanti, imponente e appena uscita da un banco di nebbia. Lo so, sei spossato e senza energia e senza tempo per occupartene, tutto preso nell’ingranaggio della sopravvivenza. Ma se non lo fai, se non trovi il tempo per occupartene, se non inserisci la strategia, la visione di lungo come tassello fondamentale della tua quotidianità, corri il rischio cantato da Vasco. Sprecando tanto, troppo tempo prezioso.

Questo accade anche perchè uscire dalla propria zona di comfort, esplorare le profondità di quanto sentiamo e sappiamo fare, rimetterle in discussione, trovarne il tempo, rimetterci in gioco, è faticoso. Molto. Inoltre, presi dalla routine, rischiamo di non “ascoltare” l’esterno – ovvero i pericoli ma anche le opportunità – perdendo occasioni.

Io credo che nei prossimi anni i freelance potrebbero correre il rischio di essere i pesciolini piccoli sempre più preda del Business di pesci più grandi.
Saranno loro stessi i “prodotti” da vendere, da mettere in bacheche e piattaforme per offrire servizi ai clienti (non loro).

Non c’è dubbio che ci potranno essere delle nuove opportunità. Ma ci saranno anche degli abbattimenti di prezzi incredibili. Prezzi da “cocco bello, cocco fresco”.

Ciò che quindi sarà importante fare, per tutti, ma a maggior ragione per i freelance, sarà quello di iniziare a lavorare “seriamente” sul proprio Personal Branding. Intendo proprio in maniera strutturata. Bando alle mode. Se non lo avete capito ancora, la cosa è seria. Per rafforzarsi, e anche per fiorire, trovando la propria via così unica da aprirsi spazi puliti ed ecologici di Business.

Lavorare sul proprio Personal Branding vuol dire, in primis, capire che tipo di lavoro davvero vuoi fare, che tipo di attività tra quelle di cui ti occupi sopravviverà, e su quali ha senso per te focalizzare il tuo maggiore sforzo. Poi, chiederti di nuovo (non basta mai) che tipo di clienti davvero vuoi servire, e su quale fascia di prezzo davvero vuoi stare, quale alleanze è bene che intavoli.

E poi ancora, lavorare sull’espressione del Brand che sei, per renderlo chiaro al mondo, per trovare una tua cifra sempre più definita, per comunicare il tuo valore e quello che rappresenti per i tuoi clienti, in maniera sempre più chiara.

Essere un Brand appetibile, ti sarà utile in tutti i casi – sia se vuoi offrirti in una piattaforma di altri – sia anche, e sopratutto, se invece vorrai distinguerti dalla paranza che sarà offerta a clienti sempre più abituati ad ottenere servizi a portata di click, e al minimo costo possibile.

 

 

 

 

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