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Il coraggio di licenziarsi e la fase di transizione.

Quell’energia di rimonta, di dignità, di forza che improvvisamente riesci a ritirare fuori dal cilindro dopo anni di avvilimento, di continui mandar giù, di accontentarti, di lasciare che gli altri decidano per la tua vita e la tua soddisfazione.

Quell’energia che non pensavi più di avere e che invece – come spesso accade – non attende altro che tu tocchi il fondo, o meglio, che tu guardi davvero realisticamente la situazione per quella che è, senza veli, senza idealizzazioni, senza bisogni.

E’ questa la potenza che muove questa scena del film culto “Il diario di Bridget Jones”, in cui la beniamina, ragazza con autostima bassa e dalle relazioni instabili e turbolente, prende la decisione di voltare pagina e di andare a licenziarsi, platealmente.

Tutti sono con lei. Come se la stessero aspettando silenziosi. Come se aspettassero il momento in cui lei (l’unica a poterlo fare) si decidesse a guardare davvero in faccia i fatti e a tirarsi su, a schiena dritta, ad affermare il proprio valore.
Quando arrivi a quel punto, non hai più bisogno di combattere, ma solo di affermare.
Si combatte prima, quando attaccati a quanto si ha, ritenendolo espressione anche del proprio valore, si cerca di mantenerlo, di tenercisi aggrappati con le unghie e con i denti, contro tutte le spinte centrifughe messe in atto da un mondo che intende farti uscire.

Quando arrivi a situazioni in cui le forze in gioco, le strategie di potere, le antipatie, o anche il mobbing, tutto il sistema crolla o si schianta e la verità si disvela ai tuoi occhi per quella che è, semplicemente ciò che è, finisce per rivelartisi anche il fatto che il tuo valore non dipende da quella situazione, che tu sopravvivi o meglio prosperi senza, e a quel punto la tua mente diventa limpida, cristallina.

Riemerge dal tuo interno un ghigno di potenza (come quello dei primi frammenti di questa scena), quella potenza che è sempre albergata in te, ma che hai tenuto in secondo piano, riservandole meno attenzione rispetto ai progetti che portavi avanti, spesso per altri.

Non sempre la mossa vincente è andarsene.
Non sempre lo è andarsene sbattendo la porta.
Ma a volte si.
A volte, se non ci sono proprio le condizioni, restare vuol dire accondiscendere a un lento morire.
La patologia di quella organizzazione o situazione si proietta, si incolla su di te e le relazioni che intrattieni, imputridisce anche i tuoi abiti e ti convince che sei tu l’agente estraneo e sbagliato.

A volte, guardare in faccia la realtà, ti fa rendere conto che “Time is out”, non c’è più ragionevolezza alcuna nel restare, nel continuare a soccombere, nello svuotarsi e annichilirsi per giochi altrui e che sorpassano la tua testa.
Abbiamo così tanto da dare. Non sarà certo l’ultimo posto in cui farlo.

Sarà difficile, vorrà dire ricominciare, ci vorrà energia, ma ricorda, quella energia che oggi non ti sembra più di avere, ti tornerà centuplicata non appena avrai mosso i tuoi passi fuori da quella palude.

Le emozioni disfunzionali, che provi ogni giorno e che ti intossicano, a un certo punto si ripuliranno, le emozioni torneranno altre e vivide….uscito di lì, ti accorgerai di quanto cupe e dolorose fossero invece quelle che impregnavano le tue giornate.
Ti accorgerai della differenza e ti chiederai “perchè mai non lo ho fatto prima!“.

Ci sono dei luoghi da cui è oggettivamente difficile andarsene, prendere la decisione. E ti ci vorrà di più.
Come per Bridget Jones, la fase di transizione esiste ed è anche lunga, a volte. Ciononostante esiste proprio per questo: a far accadere il cambiamento.
Come accade?
Decidendo che è giunta l’ora di attivare il processo (è qui che inizi a guardarti intorno in modo attivo).
Cosa avviene durante la fase di transizione?
Si sentono le proprie emozioni, gli si da il nome corretto, si guarda in faccia il contesto che si sta vivendo (aldilà delle idealizzazioni o delle demonizzazioni), le opportunità che sono restate o che non sono più possibili, il tipo di vita cui si va incontro e si decide….di perdonare, lasciare andare, fare il punto su quanto appreso, volersi bene, guardare avanti, scegliere se stessi e i doni e il contributo che possiamo ancora portare al mondo.
Hai fatto molto, si, e lasciando ti sembra di perdere. Ma puoi fare ancor di più. Molto di più. E guardando indietro quello che ti sembrava un bell’acquario ti sembrerà una pozzanghera d’acqua piccola e stantia, confrontata al mare di opportunità in cui navighi oggi o navigherai domani.
A volte invece, dal check di realtà che farai, potrà emergere che non sei ancora pronto a fare il passo.
A volte comprendi che mentre cominci a a fare colloqui e mandare candidature, hai bisogno di qualcosa che ti aiuti a “reggere botta” per un pò, ancora per un pò.
Quel qualcosa è molto sano, molto positivo, molto importante per il tuo benessere.
Io le ho chiamate le “mollette”.
Ne parlo in questo post di qualche tempo fa: “Hai smarrito il senso nel tuo lavoro? I panni stesi ad asciugare e le mollette ti possono aiutare”.
Ebbene si, immaginati come un panno steso ad asciugare, e appeso al filo “aziendale”. Quali sono le una/due mollette che ti tengono ancora appeso a quel filo?
Nelle fasi di transizione è molto utile che tu rintracci le tue specifiche mollette.
Leggiti il post, ti assicuro ti aiuterà, se come Bridget hai deciso, ma hai ancora della strada da percorrere per poter compiere l’ultimo passo, ovvero quello del presentare la domanda di licenziamento.

Bridget lo fa in modo plateale, e prendendosi le sue soddisfazioni. Nel mondo del lavoro non ti consiglio di affrontare il licenziamento in quel modo, ma anche se a volte lo facciamo in modo molto più professionale e garbato, le emozioni che stanno sotto sono esattamente quelle, sia dal lato del dipendente che del datore di lavoro.
Ammettiamolo: a volte sono delle vere liberazioni.

Ti invito però a riflettere su un altro punto.
Accade, nonostante facciamo di tutto, che non riusciamo a staccare quel cordone ombelicale. Molti possono essere i motivi: “mi serve comunque uno stipendio”, “non ho trovato di meglio”, “oramai ho raggiunto una tranquillità”, etc…
La verità spesso è più profonda, come il dolore che sotto sotto sentiamo, nonostante ciò che ci raccontiamo.
Siamo in un posto tutto il tempo che serve ad apprendere una lezione.
Se pur provando ad andartene non ci stai riuscendo, prova a immaginare: “Cos’altro, lo stare qui, mi sta insegnando, di me?” “Quale lezione ho bisogno ancora di apprendere?” “Quale circolo vizioso ho bisogno di rompere” “Quale ferita emozionale sta toccando tutto ciò affinchè me ne accorga?
E non sto parlando di competenze, hai compreso vero?

Quando il nostro contributo in seno a una organizzazione e in merito alla nostra specifica storia professionale è giunto a maturazione, è pieno di tutto il senso che doveva avere, non c’è più nulla da dare né da ricevere, la partita è patta, ci comportiamo come dei frutti maturi. TAC…finiamo per staccarci naturalmente dalla pianta. Senza troppo sforzo o combattimento.
Se invece, nonostante tu provi, voglia, … non ci stai riuscendo – ti invito a riflettere più in profondità e non tanto al fatto che ci provi ma là fuori il mercato cattivo non raccoglie le tue candidature – bhé, forse hai sotto sotto bisogno di restare ancora un pò, di capire quale è il messaggio sottostante per te in tutta questa situazione, per quanto dolorosa.
Forse non sei giunto al momento in cui è giunta Bridget, quello in cui toccando il fondo, ha appreso, ha compreso, ha scelto di incominciare un nuovo capitolo, di riscrivere la sua storia. Bridget ha prima compreso, e poi è andata. Se non sciogli la lezione da apprendere dove sei, te la porterai dietro nel successivo posto.  A volte è più semplice, devi solo comprendere che non ha senso attendere. Che sei già pronto.

E tu a che punto sei?

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